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Il quartetto per archi in Francia nel primo Novecento

Nei primi anni del Novecento il quartetto per archi rappresenta per molti compositori francesi il compimento di una carriera. Da quando la diffusione degli ultimi quartetti di Beethoven li ha “condannati al capolavoro” (Joël-Marie Fauquet) è infatti con un certo timore che affrontano la scrittura di questo genere. Sull’esempio di César Franck che termina il suo primo quartetto nel 1890, anno della morte, e di Ernest Chausson che lascia incompiuto il suo unico quartetto, iniziato nel 1898 (morrà nel 1899), Gabriel Fauré si dedica al genere solo per la sua estrema opera, il quartetto in mi op. 121 (1924). Negli stessi anni tuttavia, per Debussy (1892) o Ravel (1902-1903) il quartetto rappresenta al contrario un atto compositivo fondante. Assai innovatrici nel trattamento del quartetto, le loro opere manifestano una grande libertà nei confronti del retaggio beethoveniano. Dal post-romanticismo di Magnard, Koechlin o Honegger al folklorismo di Ropartz, passando per il post-franckismo di Samazeuilh e il neoclassicismo di Saint-Saëns o d’Indy, il quartetto francese del primo Novecento è contraddistinto da un grandissimo eclettismo stilistico.