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Musica pura e musica descrittiva nell’Ottocento

Due maniere di concepire la musica strumentale si contrappongono nell’Ottocento. La “musica descrittiva” subordina il discorso sonoro a un elemento extra-musicale (paesaggio, racconto, pittura): questa poetizzazione della musica consente di emanciparla dalle forme tradizionali. Emblematici esempi ne sono le opere per orchestra di Berlioz (Symphonie fantastique), i poemi sinfonici di Liszt (Mazeppa) o i suoi pezzi pianistici (Années de pèlerinage). In reazione, il paradigma della “musica pura” promuove l’autonomia del sonoro. Difensore delle sinfonie di Schumann e di Brahms, il critico Hanslick afferma così nel 1854 che la bellezza è immanente alla musica, e che questa, essendo solo una forma in movimento, non esprime alcunché. Tuttavia non bisogna perdere di vista che queste correnti sono entrambe derivate dall’Idealismo il quale, a cavallo tra Sette e Ottocento, aveva posto la musica strumentale (ossia senza parole) al vertice della gerarchia dei generi, in virtù della sua indeterminatezza – poiché questa lascia spazio alla fantasia dell’ascoltatore e gli consente pertanto di accedere a una trascendenza.